INNO A GIOVANNI BERTA

NOTE

Giovanni Berta (Firenze, 1894 – Firenze, 28 febbraio 1921), detto Gianni, era figlio di un piccolo industriale metallurgico fiorentino.
Partecipò alla guerra italo-turca del 1911 ed alla Prima guerra mondiale, aderendo al termine del conflitto ai Fasci Italiani di Combattimento.

 

Militante nelle squadre d'azione fiorentine, il 28 febbraio 1921 alle 17.30, durante un tentativo delle squadre d'azione di forzare il blocco del Ponte Sospeso, venne circondato dai social-comunisti e gettato al di là del parapetto del ponte. Nel disperato tentativo di non cadere nelle acque dell'Arno, gonfie data la stagione, Berta tentò di reggersi al bordo del ponte, ma gli avversari lo colpirono a calci e bastonate sulle mani e in faccia, precipitandolo tra i flutti, dove sarebbe annegato.


Secondo la versione fornita da Roberto Farinacci, Berta, simpatizzante fascista ma non squadrista, venne invece sorpreso da solo nei pressi del ponte, con all'occhiello della giacca una spilla fascista, inseguito e quindi gettato in Arno dopo un pestaggio e il furto del portafogli. Mario Piazzesi riferisce le voci che si rincorsero in quei giorni convulsi di bocca in bocca e del ritrovamento il giorno dopo del corpo del giovane, con un vistoso segno di scarpone chiodato stampato in fronte.

Questo testo fu cantato dopo la morte di Giovanni Berta, figlio padrone delle fonderie Berta di Firenze, che nel corso dei disordini scatenatisi dopo l'uccisione (ad opera dei fascisti) di Spartaco Lavagnini, si presentò spavaldamente in camicia nera di fronte alla popolazione di San Frediano. La melodia della canzone era la stessa dei famosi stornelli anarchici attribuiti a Pietro Gori: «O profughi d'Italia, a la ventura / si va senza rimpianti né paura. // Nostra patria è il mondo intero, / nostra legge è la libertà / ed un pensiero / ribelle in cor ci sta. »

 

I comunisti risposero con altre strofette :

 

Hanno ammazzato Giovanni Berta / dei fasci fiorentini, / è stato vendicato / Spartaco Lavagnini.

La nostra patria è il mondo intero /la nostra legge è la libertà, /e noi viviamo d'un sol pensiero / liberarla l'umanità.

Hanno ammazzato Giovanni Berta / figlio di pescecani, / viva quel comunista / che gli pestò le mani!

La nostra patria è il mondo intero...

 

II testo citato è stato raccolto da Leoncarlo Settimelli a Signa (provincia di Firenze), inf. D. Settimelli. (Cfr. Canti socialisti e comunisti, cit., p. 90.)

 

Un'altra versione, registrata da A. Baldi a Firenze e fornitaci da Sergio Liberovici, è la seguente :

 

Hanno ammazzato Giovanni Berta, / figliol d'un pescecane / viva quel comunista / che gli pestò le mane.

Hanno ammazzato Giovanni Berta,/ capo degli assassini,/ vendicheremo un giorno / Spartaco Lavagnini.

 

 

Spartaco Lavagnini era nato a Cortona, in provincia di Arezzo, nel luglio 1889. Conseguito il diploma di ragioniere si impiegò nelle Ferrovie dello Stato e divenne un militante del Partito Socialista. Fu segretario di Sezione a Firenze nel 1918, direttore de «La Difesa », segretario regionale del Sindacato Ferrovieri nel 1920. Si iscrisse al Partito Comunista fin dalla fondazione e diresse il settimanale fiorentino « L'Azione comunista ». Fu assassinato dai fascisti il 27 febbraio 1921 mentre, indifeso, stava mettendo a punto il 6° numero della sua pubblicazione. Il giorno dopo, 28 febbraio 1921, i comunisti uccidevano Giovanni Berta. Negli anni del potere fascista il nome di Berta fu glorificato e solennemente ricordato con varie manifestazioni celebrative. Fu anche allestita una « Mostra dei cimeli di G. Berta » a Firenze, nella sede del Gruppo rionale fascista a lui intitolato. In una sala della mostra — citiamo dalla «Scena Illustrata» dell'1-15 aprile 1935 — « due parole luminose Mamma! Mamma!... a grandi lettere, di colore azzurro, in uno sfondo nero, accendendosi ad intermittenza, davano l'impressione della estrema disperata invocazione del giovane fascista aggrappato al parapetto del ponte, nell’atto in cui, da alcuni incoscienti sovvertitori della Patria, gli venivano calpestate le mani per farlo precipitare nelle acque dell’Arno. Il tratto di parapetto era una riproduzione fedele di quello originale [... ] (Franco Savona).

 

(Canti dell'Italia Fascista” Garzanti, Milano, 1979)

28 febbraio 1921 Giovanni Berta, figlio del fondatore delle omonime fonderie fiorentine, veniva sorpreso da una banda socialista su un ponte dell'Arno. Scagliato contro il parapetto del ponte fu poi fatto precipitare nel fiume, dove morì annegato. L'omicidio servì a vendicare il “compagno” Spartaco Lavagnini, fatto fuori da una squadra fiorentina il giorno precedente.

 

L’identico motivo cadenzato e lo stesso testo, fatta eccezione per il nome della vittima, saranno utilizzati 23 anni dopo per la commemorazione di un altro illustre fascista, Ettore Muti, ucciso su commissione del capo del governo Pietro Badoglio all'indomani della caduta del regime

 

(Ritmi Littori” Aurora Edizioni, Stradella (PV), 2002)

II seguente testo «fu cantato dopo la morte di Giovanni Berta, figlio del padrone delle fonderie "Berta" di Firenze, che nel corso dei disordini scatenatisi dopo l'uccisione (ad opera dei fascisti di Spartaco Lavagnini, dirigente sindacale, comunista, direttore de "L'Azione comunista", avvenuta il 27 febbraio 1921, si presentò spavaldamente in camicia nera di fronte alla popolazione di San Frediano» (Settimelli-Falavolti, cit., pp. 90-91). Dice Gravelli: «C'era una volta, a Firenze, alle Cure, nel lontano 1921, una comitiva di bravi ragazzi, che tornavano sempre insieme da piazza Ottaviani... Una sera, in via Lamarmora, sull'aria del feroce inno anarchico, improvvisarono un altro inno, il loro inno, che poi s'è cantato in tutta Italia: Hanno ammazzato Giovanni Eerta... Era la vecchia "Ghega" delle Cure che allora si chiamava "La Cricca". E questa è la vera storia dell’ Inno a Giovanni Berta» (p. 94). Il «feroce inno anarchico» cui fa riferimento Gravelli, riguarda vero similmente i famosi stornelli anarchici di Piero Gori. Queste stesse note e queste stesse rime furono usate dai fascisti della R.S.I. di Salò per ricordare la morte di Ettore Muti, con un canto dal titolo Hanno ammazzato Muti.

 

(I Canti del Fascismo” Fratelli Frilli, Genova, 2004)